Un blog di non solo cinema

Nome: NUOVO CINEMA PIDOCCHIETTO
Correva il 1906 quando il Cavalier Ciccodicola, si lanciò nell'impresa di dotare Isola del Liri di un cinema. Per l'energia elettrica, necessaria a far funzionare il cinema, convinse Guido Sarra a vendergli quella prodotta dalla sua centrale elettrica. Il Premiato Cinema Liri, sito in via Cascata 15, aprì i battenti nell'ottobre del 1908. Si proiettavano i film prodotti dalla Pathé o dalla Gaumont, documentari e cortometraggi, Max Linder e Policarpo facevano sbellicare dalle risate i nostri nonni. Ma quando Ciccodicola decise di rivolgersi alla Gabriele De Caria & Co. per la fornitura di energia elettrica, suscitò la viva reazione di Guido Sarra che, nel 1913, aprì in Via Lelio Catarinelli il suo cinema: la Sala Roma, soprannominata il Pidocchietto per le sue ridotte dimensioni. Tra i due cinema cominciò un vero e proprio duello del nitrato d'argento, finchè, col terremoto del 13 gennaio 1915, la Sala Roma chiuse i battenti ed il Cinema Liri divenne un rifugio per i terremotati. Fu nei primi anni del dopoguerra che Guido Sarra, prese in gestione il Cinema Liri trasferendovi le attrezzature che erano state della Sala Roma per riprendere gli spettacoli cinematografici. Oltre a poltroncine e attrezzature, il Premiato Cinema Liri, ereditò dalla Sala Roma, anche il soprannome di Pidocchietto. Nasceva nel 1921 il Cinema Eden, poi nel '30 il Cinema Moderno, che Mario Fattorosi gestiva contemporaneamente al Pidoicchietto. Quando nel 1957 il Conte Alfonso Mangoni inaugurò il Cinemateatro, il Pidocchietto chiuse lentamente i suoi battenti. Rimase lì dimenticato in via Cascata n°15, immemore delle risa, dei pianti, dei baci e dei ceffoni che tra le sua mura avevano risuonato un tempo. Da poco più di un anno, però, grazie al cuore di Anna e Teresa, il Pidocchietto, ovvero il Premiato Cinema Liri, è tornato a risplendere come i vecchi tempi. I bambini lo usano per dar vita ai loro spettacoli teatrali. Forse non sarà più il nitrato d'argento ad attraversare la sala con le sue chiome luminescenti, ma noi abbiamo la possibilità di colorare ancora quel vecchio schermo bianco che è lì da quasi un secolo ormai. Non facciamolo più aspettare.
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Il RIFF (Roma Independent Film Festival), con il sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, il contributo del Ministero dei Beni Culturali – DGC e il contributo dell’Assessorato alla Cultura, Spettacolo, Sport e Turismo della Regione Lazio, inaugura il 7 Aprile la V edizione. La manifestazione durerà fino al 14 aprile. Sempre più internazionale l’anima del RIFF; un’edizione, questa del 2006, dedicata alla cinematografia indipendente che si caratterizza anche quest’anno per la forte attenzione al cinema di “fuori confine”. Sono, infatti, in calendario le rassegne dedicate a 5 Paesi (Norvegia, Canada, Spagna, Francia, Ungheria) per le quali sono previste serate evento.
Sono stati selezionati per il festival (tra le oltre 1000 opere provenienti da 70 Paesi) 75 Film tra lungometraggi, cortometraggi e documentari.
Diverse le opere prime italiane e straniere tra i lungometraggi: Il segreto di Rahil di Cinzia Bomoll, opera prima, con Lorenza Indovina; Tre giorni di anarchia di Vito Zagarrio con Enrico Lo Verso e Tiziana Lodato; Short Order di Anthony Byrne, opera prima con Vanessa Redgrave e John Hurt; Black Brush di Roland Vranik, opera prima e vincitore del premi: Miglior Regia, Migliore Fotografia e Miglior produzione al Budapest Hungarian Film Week 2005; El taxista ful di Jo Sol, premiato dall’Altadis – News Directors Awards Jury della 53esima Edizione del San Sebastian Film Festival; Ra Choi di Michael Frank, opera prima Best Film all’Australian Writers Guild Awgie Awards 2005; OFF Screen di Pietre Kuijpers, vincitore del Grand Prix des Ameriques al Montreal World Film Festival e selezione ufficiale del Rotterdam Film Festival; A New Wave di Jason Carvey in anteprima mondiale; Self Medicated di Monty Lapica, opera prima e miglior film al Santa Fe Film Festival; Dreaming Lhasa di Ritu Sarin con Jampa Kalsang, presentato al Toronto International Film Festival e The Forbidden Charter di Fariboz Kamkari, una coproduzione Italia/Francia/Iran presentato al San Sebastian Film Festival.
Il pubblico romano avrà anche la possibilità di vedere in anteprima italiana il film Kissed By Winter, candidato norvegese agli Oscar come miglior film straniero. Un’occasione unica per innamorarsi del linguaggio essenziale e diretto della regista Sara Johnsen che, presente al festival, riceverà il Premio New Vision, giunto alla seconda edizione.
Nel corso del Festival è prevista una serata dedicata ai Diritti Umani, con la proiezione di documentari di alcune ONG e Onlus tra le quali Medici senza Frontiere, Terres des Hommes ed il Consiglio Italiano Rifugiati.
I RIFF AWARDS 2006 (per un ammontare complessivo di € 50.000,00) saranno assegnati al miglior documentario, al miglior lungometraggio (Premio Proxima) e al miglior cortometraggio (confermati anche quest’anno il Premio Luce, che prevede la distribuzione in sala dell’opera vincitrice, ed il Premio Kodak - 1.500 metri di pellicola per un valore di € 1.500,00 - per il miglior corto italiano).
Solo una profonda ignoranza della Storia o una cosciente e criminale volontà di contraffazione di questa possono ridurre l'identità culturale europea alle sue radici giudaico-cristiane. Dove naque la Filosofia? da dove a avuto origine la storia del pensiero occidentale se non dalle coste di quella che oggi è l'islamica Turchia? e cosa condusse quei primi grandi spiriti ad interrogarsi sul mondo, sulla sua origine, sul suo senso, se non il contatto con le ben più antiche ed evolute civiltà orientali? ( gli aggettivi oriente ed occidente sono qui intesi ad indicare i due volti complementari e adiacenti di quell'unico grande continente che è l'Eurasia ) e chi ha inventato i numeri con i quali scriviamo e ragioniamo? e chi fu Averroè? disse una volta il poeta De Andrè: "Per i cristiani Maometto è il primo dei cialtroni, Cristo per i musulmani è l'Ultimo Profeta". Non fu Dante un prototipo di leghista quando mise il Profeta ad urlare e inveire agitando la sua testa nella mano tra le rocce dell'inferno? Non voleva forse messer 2€, dimenticare e cancellare le traccie del contributo della cultura islamica alla futura civiltà europea? Chi disegnò le cupole di San Marco? chi architettò la splendida Granada? Ma bisogna soprattutto essere stupidi per ritenere che sia una fede religiosa a creare una cultura e non vicerversa. E Giordano Bruno e Galileo? anche loro sono stati un contibuto del cattolicesimo alla nostra evoluzione culturale? e Shopenhauer e Marx e Nietzsche e Feurbach e Artaud e Satre e Bataille? Democrazia, è questo e non altro a dover costituire l'identità dell'Europa e di ogni società umana, è la democrazia il seme della nostra cultura, l'unico valore a tenerci uniti: demokrasie ( africano ), democràcia ( catalano ), demokracie ( ceco ), democrasì ( curdo ), demokrati ( danese, svedese ), démocratie ( francese ), democracy ( inglese, americano ), demokracia ( polacco ), Демократия ( russo ), demokratia ( suomi ), demokrasi ( turco ), demokràcia ( ungherese ). Provate invece a vedere Dio quanti nomi ha. E' la democrazia a garantire ogni libertà di credere, non credere o diversamente credere, a fecondare il progresso scintifico, a permettere il libero sviluppo della cultura, la crescita di una società libera. Democrazia, che se fosse vera e piena non permetterebbe ad un pugno di potenti di metterci gli uni contro gli altri: chi tra quei cittadini di fede islamica, che oggi manifesta nella strade, ha mai visto le celeberrime vignette? nessuno, statene certi. ( Said Gheddafi non aveva chiesto le dimissioni di Calderoli una settimana prima degli avvenimenti di Bengasi? ). Qualcuno ha messo il popolo islamico contro l'occidente... e smettiamola di usare erratemente questo termine: qualcuno a messo i popoli islamici contro i Paesi della NATO,( chissà perchè ), e i governanti di questi Paesi ora vogliono farci riscoprire la pseudo identità cristiana di quest'occidente che non può esistere su una sfera. Noi cristiani, civili, occidentali, loro islamici, barbari, orientali, cazzate criminali escogitate per nascondere il vero: causa e conseguenze di una guerra che miete più vittime di ogni terrorismo.
Era l’inizio dell’estate del 1989 quando un’insolita sferzata di energia invase le afose giornate arpinati: era l’indimenticabile estate in cui Arpino si trasformò in set cinematografico con gli attori del film Splendor, con la regia di Ettore Scola. Spendor, un film sulla memoria, sul cinema nel cinema, sul cinema come luogo sacro in cui entrare in punta di piedi, sul “metacinema” che riflette su se stesso e attraverso se stesso, condito di nostalgia per un tempo che non c’è più e il rimpianto di chi di quel tempo lo ha interpretato in ogni sua forma ed espressione. Per tre mesi circa duecento persone, tra attori, cameraman e addetti ai lavori hanno soggiornato nella cittadina ciociara modificando non poco le abitudini del paese solitamente tranquillo ma curioso delle novità. Gli attori, dopo un sopralluogo nell’antico borgo di Civitavecchia, scelsero di dimorare nell’albergo ristorante Sunrise Crest che si trova proprio di fronte alla torre medievale. Massimo Troisi, Marcello Mastroianni, Ettore Scola, Marina Vlady, Paolo Panelli e Pamela Villoresi, con una decina di operatori, non impiegarono molto a trasformare le serene giornate e nottate, di Natalina Biancale e Roberto Catallo, proprietari dell’albergo, in un movimentato back stage: “Nell’albergo sembrava essere arrivata la rivoluzione! Il loro carattere esuberante, le loro abitudini disordinate, impiegarono ben poco a contagiare ogni angolo dell’hotel e ogni dipendente. Fu un’estate faticosa ma insolitamente allegra, in cui tutti ci sentivamo sia attori di un teatro pieno di amici sia comparse di un film in cui Arpino era protagonista – ricordano i ristoratori –. Il primo episodio che simpaticamente ci torna alla mente è l’ingresso di Marcello Mastroianni nella stanza: con la velocità di un fulmine e con lo sguardo allibito tornò in portineria lamentandosi di non aver visto nella stanza alcun televisore. Allora, ancora non c’erano i televisori in alcuna stanza, ma per loro questo inconveniente era impensabile, soprattutto quando a notte fonda rientravano dalle riprese. Il giorno ogni stanza aveva la sua tv ”. Ricorda ancora la signora Natalina che con il passare delle settimane divennero una vera famiglia: ” il loro carattere stava mitigando a poco a poco e, ogni giorno che passava, consideravano l’albergo come la loro casa. Li sentivo bisognosi di affetto e, vista la vita sregolata che conducevano, non faccio fatica ad immaginare come si sentissero davvero a casa in un posto tranquillo e pieno di cordialità come questo”. Splendor è stata l’occasione per gli arpinati di assaporare da vicino l’ebbrezza della macchina da presa, ma soprattutto stringere amicizia con Troisi, Scola e Mastroianni, coinvolti in breve tempo negli aneddoti di paese, nel clima di allegria e di festa che solitamente si respira nella piazza centrale. In poco tempo divennero compagni di merenda e di caffé nelle calde ore pomeridiane ed allegri amici nelle lunghe nottate fatte di risa e scherzi. Ricordi di una conoscenza più profonda e cresciuta poi negli anni quelli che, invece, affiorano dalle parole di Massimo Struffi, presidente della Fondazione Umberto Mastroianni: “Il mio rapporto amichevole con Marcello Mastroianni, dovuto ai nostri incontri in casa dello zio, lo scultore e pittore Umberto, fece sì che, parlandomi del film che stavano per girare con Scola (Splendor appunto) e dicendomi che stavano cercando un paese dove poter effettuare le riprese, gli proposi subito Arpino: dopo un incontro con Scola e Mastroianni, ed un sopralluogo dei collaboratori del regista, la scelta fu definitiva. Da quel momento furono numerosi gli incontri con tutto il cast. Ricordo con piacere le serate trascorse con Marcello a parlare dei progetti culturali che lo zio aveva in serbo per Arpino; mi raccontava della sua infanzia quando veniva spesso nella nostra cittadina a fare visita ai molti parenti (mi piace ricordare Mario Rea, noto sarto della città) e dei magnifici rapporti che aveva con lo zio, nonostante l’assoluta estraneità di Marcello al mondo delle arti visive. Tante furono le battute con il simpaticissimo Troisi, che era solito chiamare Marcello “oci ciornia”, cioè occhi neri, dall’omonimo titolo del film di Mastroianni del 1987. Ricordo poi la cena con l’amministrazione provinciale organizzata presso il ristorante il Cavalier d’Arpino per premiare il cast del film e per proporre la cittadinanza onoraria (che poi non venne data) al regista Scola: in quell’occasione Troisi, geloso del titolo di cui non poteva fregiarsi esclamò: “Devo comprarmi una casa ad Arpino per diventare concittadino di Cicerone?”. Infine con un po’ di rammarico ricordo il progetto di promuovere il nome di Arpino nel mondo, pensato con Marcello ma che la sua morte ha reso di difficile attuazione anche se
Di Rachele Martino
"Sono dei violenti contestatori di ogni cosa - provo a ribattere a mio padre, ma lui propio non ha discutere - dai Noglobbàl bisogna solo stare lontani". A mio parere il babbo, ultracinquantenne architetto di provincia, ha un'idea confusa e deformata di cosa siano i No Global, ma la sua opinione mi sembra estremamente emblematica: possiamo esser certi che egli non è il solo, in questo Paese, a pensarla in tal modo. Scrivo "no global" nella maschera di ricerca di Google, risultato: non esiste alcun sito che testimoni la presenza di un'organizzazione, un'associazione, un gruppo che si definisca no global, esistono solo siti che ne parlano. Cerchiamo con Yahoo.it, stavolta compare un forum: www.noglobal.org, italiano, se cerco con Yahoo.com non trovo niente di simile. No Global è un termine in uso soprattutto in Italia e al cui abuso sembra ci abbiamo condotto i mass media con la televisione in primis. E' dai fatti di Genova del 2001 che questo termine ha cominciato a diffondersi ed ad infestare reportage televisi e articoli di giornale. Ma chi era a Genova in quell'agosto non era contro la globalizzazione: manifestava per un'alternativa a quel processo che impone al mondo di standardizzarsi ed uniformarsi al modello economico predominante. Le migliaia di immagini girate dagli stessi manifestanti e circolate in semiclandestinamente nel nostro Paese sottoforma di interessantissimi documentari, evidenziano come i manifestanti siano stati più volti provocati da alcuni membri delle forze dell'ordine. Chi ha partecipato a qualche manifestazione in piazza, qui a Roma, sa che queste non sono visioni di parte: carabinieri e polizzioti in assetto antisommossa, come non se ne erano mai visti prima di Genova, provacano, solleticano una qualche reazione violenta; è merito dei manifestanti se a Roma non è ancora accaduto quello che accadde a Genova: quelli che la televisione e i mass media definiscono erratamente no global, sono pacifisti, ecologisti, studenti universitari, intellettuali, progressisti. Per giustificare certi violenti interventi delle sue forze dell'ordine, un governo ha bisogno di definire un nemico, un pericolo, l'ultimo esempio che abbiamo a portata di mano è la rappresaglia contro i manifestanti contrari alla TAV ( avete notato che in televisione si usa il termine No TAV in evidente parallelismo No Global ? ). I No Global sono una fandonia, un movimento che non esiste, un termine creato per nascondervi verità scomode. Da quanto tempo non sentite pronunciare dai mass media il termine: pacifisti?
La star non è semplicemente un celebre attore, è un personaggio pubblico, una figura complessa che si ottiene dalla sovrapposizione del personaggio - personaggio, ovvero l'archetipo somma di tutti personaggi interpretati da un attore, dall'attore - personaggio ( per esempio dall'attore che nelle interviste parla del personaggio interpretato nel suo ultimo film ) ed infine dall' uomo - attore che ci fornisce informazioni sulla sua vita professionale e sulla sua vita quotidiana: se un'attrice ci fa sapere che ha devoluto parte del suo compenso al canile della sua città, è perchè l'amore per gli animali è un valore morale utile alla costruzione della sua figura di star. Lo spessore di una star dipende principalmente dalla coerenza dei personaggi interpretati nei vari film rispetto ad un archetipo specifico. Bruce Willis, attore monocorde come pochi altri, ha spesso interpretato la parte del'uomo del popolo dalle virtù eroiche, egli può facilmente esser definito come una star a differenza, magari, di un attore dalle superiori capacità espressive come un Vittorio Gassman. Lo star -system, sistema che utilizza l'immagine degli attori a fini commerciali, è uno degli elementi che più caratterizzano l'industria cinematografica di Hollywood. Stanley Kramer, fece spesso uso di cast all - stars, come nel caso di Vincitori e vinti. Mettendo in relazione i personaggi di questo film con i loro attori e gli uomini dietro quelle maschere, potremmo dare l'avvio all'analisi del film oltre ad aquisire nozioni più generali di lettura del testo filmico. Kramer sceglie i suoi attori in base alle caratteristiche dei suoi personaggi, ma compie anche l'operazione inversa plasmando i personaggi sulle immagini degli attori e facendo in alcuni casi anche riferimento alle loro vicende umane. Estendendo le vite dei suoi personaggi oltre lo schermo, Kramer riesce a comunicarci qualcosa di più di ciò che con un semplice attore avrebbe potuto dirci. Tenedo presente che le storie e le vite di quelle star erano ben note al pubblico degli anni '60, proviamo a fare un esempio. Judy Garland e Montgomery Clift, sono rispettivamente Irene Hofmann e Rudolph Petersen, due testimoni vittime delle ingiustizie naziste, due personaggi la vita venne sconvolta dall'avvento del nazismo. Non è dunque un caso che Kramer scelga, per queste parti, due attori dall'esistenza travagliata. In una delle sequenze finali il giudice Haywood, porgendo agli altri membri della corte le documentazioni relative ai due testimoni, dice: "Ecco la Hofmann, ha avuto davvero 16 anni una volta ed ecco Petersen prima dell'incidente". Ma prendiamo in considerazione anche un altro elemento: in Vincitori e vinti, diversi tra i personaggi tedeschi sono interpretati da attori tedeschi, come la vedova Berthold, a cui da vita Marlene Dietrich, oppure l'avvocato difensore Maximilian Schell, austriaco, a dire il vero, ma che si esprime in perfetto tedesco. Perchè allora per il ruolo della Hofmann e di Petersen, Kramer non sceglie attori tedeschi? come mai non cerca di farci dimenticare che siano statunitensi effettuando, come abbiamo visto, esplicite citazioni alle loro vicende umane? a voi le risposte. Negli articoli qui sottopubblicati potrete cercare qualche notizie generica sulle biografie delle star di questo film. Le biografie pubblicate sono state tratte dall'enciclopedia Le Garzantine. Cinema. Per le filmografie complete degli attori ed ulteriori informazioni vi rimando alle pagine del sito Il cinematografo.
Stanley Kramer. ( 1913 – 2001 ) Produttore e regista statunitense. Fonda la sua casa di produzione, Screen Palys Inc., nel 1941. Nel 1949 raccoglie il suo primo successo con Il grande campione, il successivo Odio è il suo primo film antirazzista, si ispirerà per tutta la vita agli ideali Liberal. Affrontando temi di impegno civile i suoi film rischiano al box-office. Nel 1951 durante le riprese di Mezzogiorno di fuoco è chiamato a lavorare alla Columbia. Solo prima di lasciare la major è ripagato dal successo di L’ammutinamento del Caine ( 1954 ). Tornato indipendente produce alcuni film di Cassavantes. Continua a produrre film di impegno civile tra cui Vincitori e vinti ( 1961 ) e Indovina chi viene a cena ( 1967 ), film emblematico dell’anacronismo di Kramer, che ricompone in salotto lo scandalo del razzismo mentre sulle strade esplode la protesta delle Black Panthers. I suoi film migliori sono quelli in cui dispiega al massimo il gigantismo produttivo, fatto di lunghe durate e cast all-star.
Spencer Tracy. ( 1900 – 1967 ) Attore statunitense. Debutta in teatro ed arriva ad Hollywood al momento dell’avvento del sonoro. Esordisce con J.Ford in Up the river ( 1930 ), lavora ancora con Ford, Howard, Lang. Vidor e con Flemming per Capitani coraggiosi ( 1937 ). Dice di lui Barrymore: “Tracy sembrava che non facesse mai niente. Recitava con tale sommessa diffidenza che per me costituiva sempre una sorpresa osservare, più tardi, come egli avesse fatto più impressione di tutti quelli che parlavano più forte.” Possiede un registro drammatico di notevoli sfumature, tali da farlo sembrare sempre sotto le righe mentre emana una grande forza espressiva. Recita in film d’azione, western, commedie, dove il suo personaggio è guidato da valori elementari, è semplice, moralmente tenace, equilibrato ed altruista, talvolta ha qualche guizzo di trasgressione e spunti di morale durezza. Come nella vita: separato dalla sua compagna non si risposa per tener fede al giuramento, il suo rigore morale gli impedisce di vivere l’amore provato per
Burt Lancaster. ( 1913 – 1994 ) Attore statunitense. Combatte nella Seconda Guerra Mondiale.Recita in quasi cento film: comincia con film d’azione, western, gangster movie, drammi, per via del suo fisico aitante, fino ad incontrare la profondità di un autore con Visconti. Esibisce le sue doti di acrobata ( lavorava in un circo con il fratello ). Più tardi la sua maschera virile si arricchisce di sfumature malinconiche e comincia ad interpretare personaggi dalla psicologia più complessa, è in questo periodo che interpreta Ernst Janning, il giudice plagiato dal nazismo in Vincitori e vinti. Nel 1963 è Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo ( 1963 ) di Visconti. Da precursore unisce professionalità hollywoodiana a sensibilità europee, prima della generazione dei De Niro o degli Al Pacino.
Richard Widmark. ( n.1914 ) Attore statunitense. Passa dalla radio, al teatro e infine al cinema. Si specializza in personaggi sadici e nevrotici, ma è convincente nei ruoli più diversi. Nei diversi western che gira interpreta indistintamente ora il villain malvagio, ora l’uomo leale e generoso. Oltre che in due western di Ford, negli anni ’60 si cimenta nei generi più vari. Interpreta il Colonello Tad Lawson in Vincitori e Vinti. Abbandona le scene alla fine degli anni ’80.
Marlene Dietrich. Maria Magdalene von Losch ( 1902 – 1992 ). Attrice tedesca. Debutta in teatro recitando soprattutto in commedie musicali. È notata dal regista von Strenberg che la vuole per la parte di Lola in L’angelo azzurro ( 1930 ), il film è un successo grandioso e vale a Strenberg una chiamata da Hollywood che accetta portandosi dietro
Maximilian Schell. ( n. 1930 ) Attore austriaco. Interprete affascinante e misurato, coraggioso nei tentativi di attraversare anche linguaggi cinematografici poco convenzionali. Recita in molti film di produzioni europee prima di arrivare ad Hollywood nel 1958 per il film I giovani leoni. L’interpretazione dell’avvocato impegnato nel Processo di Norimberga, in Vincitori e vinti ( 1961 ) di Stanley Kramer gli vale l’Oscar come miglior attore non protagonista. Nel 1969 esordisce alla regia con Primo amore a cui segue nel 1973 il dramma psicologico da lui scirtto Il pedone, incentrato su un politico dai trascorsi nazisti. Nel 1984 realizza Marlene, sentito documentario sulla Dietrich. Interpreta altri ruoli di spicco negli anni ’90.
Judy Garland. ( 1922 – 1969 ) Attrice statunitense. Figlia di teatranti esordisce sul palcoscenico a soli due anni. Trasferitasi ad Hollywood nel 1934 è messa sotto contratto dalla MGM, che la trasformerà in una stella a costo di rovinarle la salute. È Dorothy Gale in Il Mago di Oz ( 1939 ) di Victor Flemming, nel quale canta la celebre canzone Over the Rainbow. Sarà il ruolo al quale resterà sempre legata. È in questo periodo che comincia ad assumere droghe per non ingrassare e sopravvivere ai forsennati ritmi a lei imposti dall’industria cinematografica. Nel 1944 recita in Incontriamoci a Saint Luise di Vincent Minelli, suo futuro marito con il quale realizzerà altri quattro film. Dopo anni di assenza dagli schermi torna a recitare in è nata una stella ( 1954 ) di Cukor, dove si conferma notevole cantante e ballerina e mima, tanto da aggiudicarsi un Oscar. Nel 1961 è sul set di Vincitori e vinti per interpretare Irene Hofmann. Allontanatasi da Hollywood, trascorre gli ultimi anni della sua carriera lavorando in teatro, ma ben presto, mentre è a Londra, pone fine al dramma personale con un’overdose di barbiturici.
Montgomery Clift. ( 1920 – 1966 ) Attore statunitense. Dopo precocissime esperienze teatrali e ruoli nei musical di Broadway, esordisce al cinema nel western Il fiume rosso ( 1948 ) di Hawks. Attore raffinato, capace di esprimere le più forti passioni, rifiuta ruoli importanti a favore di personaggi più ovvi e monocordi a causa di una sostanziale insicurezza di fondo e di un atteggiamento sempre molto titubante nei confronti delle sue effettive capacità. Rivela un carattere fragile e introverso: dominato da una madre ossessiva e possessiva, mai riconciliatosi con la sua omosessualità, si rifugia nell’alcool. Non rispetta gli impegni di lavoro. Nel 1953 è il giovane innamorato in Stazione Termini di De Sica. Mentre è sul set di L’albero della vita ( 1957 ) è protagonista di un tragico incidente automobilistico, letto da molti come un tentativo di suicidio. È costretto a sottoporsi a numerosi interventi chirurgici che alterano la naturale dolcezza del suo viso. Torna al cinema. In I giovani leoni ( 1958 ) di Dmytryk interpreta magistralmente la parte del giovane ebreo tormentato da dubbi e in Improvvisamente d’estate ( 1959 ) quella di un omosessuale vittima di una madre oppressiva. Dopo Vincitori e vinti ( 1961 ) di Kramer, dove interpreta la parte di Rudolph Petersen, vittima delle sterilizzazioni naziste, è sul set di Gli spostati ( 1961 ) di Huston, film maledetto che segnò l’ultima apparizione della Monroe. Ormai alcolizzato, viene considerato ingestibile da molti registi. Muore per arresto cardiaco dovuto ad abuso di alcol. Interprete problematico e taciturno, dall’aspetto vulnerabile e malinconico, ha incarnato come pochi altri il disagio della celebrità, dando vita a personaggi sconfitti nei loro affetti e nei loro sogni.
Che l'amore sia il tema più rappresentato dal cinema come dalle altre arti, è una certezza. Ma proprio per questo è così arduo trovare qualcuno che ci racconti una storia d'amore davvero commovente, non assotigliata alla banale banalità. Vi progongo tre storie d'amore che vengono da oriente, tre storie di straordinario amore per tre serate domenicali di febbraio. Per il 5 vi progongo Oasis ( 2002 ) di Lee Chang-dong, film sudcoreano, per la domenica successiva Dolls ( 2002 ) di Takeshi Kitano, film giapponese, ed infine In the Mood for Love ( 2000 ) di Wong Kar Wai, film cinese. Sempre in catina alle 21:30.
All'origine questo avrebbe dovuto essere lo spunto del film di Jan Henrik Stahlberg, ma dopo che il suo legale gli ha fatto notare che niente se ne sarebbe potuto fare senza il consenso del diretto interessato, il regista ha scelto di raccontarci una storia tutta diversa: Micky Laus, venditore di angurie e proprietario di Melonen TV, network televisivo dove la volgarità regna sovrana tra veline scosciate, quiz a premi e i monologhi di Laus ( che tra l'altro è anche titolare di una squadretta di calcio amatoriale, la AC Topolonia ) viene rapito da un gruppo di terroristi e sottoposto al processo a cui si era sempre rifiutato di prender parte. Bye Bye Berlusconi , questo il titolo della pellicola, verrà proiettato in anteprima mondiale all'oramai prossimo festival di Berlino. I diritti di distrubuzione del film sono già stati venduti in Germania e in Francia ed in diversi altri paesi d'Europa, ma non nella Repubblica di Topolonia, pardon.. volevo dire in Italia. Sembra che i distributori nazionali lo reputino più adatto ad un pubblico estero, qualcuno adduce come scusante la concomitanza con le elezioni. Chissà, magari dopo il 9 aprile, qualche cuore impavido salterà fuori. Ma quanto è diventato difficle ridere in questo Paese?
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